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State of the web: un mio ragionamento sullo stare online oggi.

da | Feb 27, 2025 | Articoli, Blog | 4 commenti

Chi mi conosce da un po’ sa come la penso sul vivere la rete.

Vivo cronicamente online dagli inizi degli anni 2000. Ho avuto un blog, diversi Tumblr, giravo per forum. Poi sono arrivati i primi social, quelli che chiedevano di usare il proprio nome vero, e io sono andata a rintanarmi in un cantuccio a vedere che danni avrebbero fatto. Quindici anni dopo posso dirlo: parecchi.

Siamo arrivati alla saturazione.
Ne ho parlato con una diciasettenne venuta a fare una giornata di prova nel mio ufficio. Anche i ragazzi sono un po’ stufi. Salvano giusto TikTok perché meno marchettaro.

Ma analizziamo un po’ il mio personale senso di fastidio nello stare online oggi.

Mi infastidisce che tutto giri intorno ai soldi.
Mi infastidisce la pubblicità che, come una nebbia malsana, permea qualunque angolo.

I post sponsorizzati; le recensioni con le fotine patinate e i props acquistati su Temu; i contenuti che, senza che te lo aspetti, ti sbattono il consiglio d’acquisto alla fine; la newsletter che ringrazia lo sponsor. E poi gli strumenti di monetizzazione: le piattaforme pagano chi porta più utenti, o chi tiene questi utenti ipnotizzati più a lungo. E poi va a finire con creator esauriti, contenuti sempre più estremi nell’eterno rincorrere l’engagement e un pubblico che non ne può più.

E ancora: abbonamenti, paywall, programmi di affiliazione. Ogni utente è stimolato a comportarsi da creatore di contenuti, da manager di sé stesso, in modo da poterci guadagnare qualcosa. Stare online è diventato un lavoro.

Fino ad arrivare alla deriva finale: il premium tier. Ora sono le piattaforme a chiedere soldi. Dopo averti attirato nelle loro reti con i loro strumenti gratuiti, cominciano a mettere paletti. Se vuoi essere visto devi pagare. Se vuoi togliere la pubblicità devi pagare. Se vuoi utilizzare questo strumento devi pagare.

Questo è precisamente il concetto – coniato da Cory Doctorow – della enshittification, l’immerdamento.
Prendo dall’articolo del Post dedicato:

Il termine enshittification indica l’insieme di decisioni che porta una piattaforma di successo a diventare progressivamente meno piacevole e utilizzabile per i suoi utenti, fino a entrare in crisi. «Ecco come muoiono le piattaforme» scrisse Doctorow: «prima trattano bene i loro utenti; poi ne abusano per favorire i loro clienti; infine, abusano dei loro stessi clienti per recuperare tutto il valore per sé stessi. E poi muoiono».

Un’altra cosa che mi infastidisce è che le comunità sono diventate chiuse.
Non c’è permeabilità tra le varie piattaforme. E questo alimenta quel sentimento da tifoseria, da “o con noi o contro di noi”, che ormai è dilagato ovunque.

Una cosa che cerco di ricordare e far ricordare sempre è che, quando usi i social media e le grandi piattaforme, sei ospite in casa d’altri. In casa d’altri vigono le loro regole, che possono anche cambiare, ma soprattutto da casa d’altri puoi essere buttato fuori in qualunque momento e senza spiegazioni. Lasciando all’interno della casa tutto quello che hai scritto o creato, oltre a tutti quelli con cui hai rapporti. Una comunità chiusa ti rende dipendente da questo ambiente. Non puoi semplicemente traslocare altrove: migrare i contenuti e soprattutto convincere gli altri a seguirti è praticamente impossibile.

Sempre Doctorow:

Vista la tendenza delle piattaforme al degrado e poi al collasso, conclude Doctorow, la politica dovrebbe concentrarsi sulla libertà d’uscita degli utenti, ovvero «il diritto di abbandonare una piattaforma che sta affondando rimanendo collegati alle comunità che lasci, godendo dei contenuti e delle app che hai acquistato e conservando i dati che hai creato».

Oltretutto, cambiamenti presi dall’alto possono impattare in modo massiccio il modo di vivere una certa piattaforma, come stiamo vedendo in questi primi mesi di governo Trump/Musk. Tutti quei valori che davamo per scontato, che rendevano alcune piattaforme più tollerabili e più ‘umane’, sono spariti in un PUFF solo per permettere ai dirigenti di non perdere il favore del re.

Un altro punto che mi infastidisce è il fatto che i contenuti sono diventati superficiali.
La corsa per restare rilevanti, una infosfera sempre più veloce, trend che passano in un battito di ciglia.
Tutto questo ha tolto profondità al discorso online. La soglia d’attenzione è scesa, i toni sono aggressivi, i testi sono elementari, compiacenti, poco critici.
L’interazione è confrontabile con il tifo da stadio, con le piattaforme che premiano post esteticamente accattivanti ma poveri di contenuti.

Ma anche fuori dai social la situazione è desolata: testi scritti secondo solo i criteri SEO (Search engine optimization, ottimizzazione per motori di ricerca) senza considerare le persone che leggono gli articoli. O peggio ancora, interi siti creati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Siamo arrivati al punto che Google non è più un motore di ricerca utile. Tra risultati sponsorizzati e AI slop (tutto quel materiale generato dall’intelligenza artificiale per annacquare i contenuti legittimi) trovare quello che si cerca è una bella corsa a ostacoli. Sono mesi che per quesiti più tecnici vado direttamente su Reddit.

Ma non tutto è perduto!

Come mi è stato fatto notare, la rete non è solo social media, anche se spesso cercano di farcelo credere. Là fuori ci sono realtà bellissime, energiche e interessanti che non vedono l’ora di essere scoperte.

Penso al Fediverso, che lentamente si sta allargando e coinvolge sempre più persone, anche grazie alle interfacce molto facili da usare.

Penso a portali d’informazione e di approfondimento, alle riviste letterarie online, ai progetti nati dal basso.
Penso ai portali dedicati alla fanfiction, tipo AO3. Penso al fatto che esistono ancora i feed RSS, che permettono di seguire le proprie pubblicazioni preferite da un unico luogo.
Penso al fatto che i blog non sono veramente morti e che online vedo un grande interesse per i micrositi, i digital garden e in generale il ricreare una rete più umana.

Nelle mie peregrinazioni per raccogliere informazioni per questo articolo sono incappata in un bellissimo progetto creato da Matt Prebeg, artista e ricercatore. È una tabella che raccoglie alcuni dei più interessanti “angoli di internet”, quei posti fuori dalle logiche algoritmiche ed estrattive e che portano ancora un po’ di gioia. La prima parte è stata compilata da lui, ma andando verso il fondo si trovano anche i contributi di altre persone. Vi potete trovare strumenti, giochi testuali, internet radio e progetti individuali molto interessanti.
Dateci un’occhiata:  https://docs.google.com/spreadsheets/d/1TVxcOA-xuxOifbtFv23K-JTJziOEmCEiXtfmZPxK0-E/edit?gid=0#gid=0

Per approfondire:

4 Commenti

  1. clacca

    articolo interessante che condivido a pieno, come sai, stare online è diventato frustrante, per tutti i motivi che dicevi tu. ma spostarsi non è facile perché negli anni ci si costruiscono reti sociali (e non solo social) e trascinare tuttə altrove è impossibile. sarebbe bellissimo se ognuna delle persone con cui mi piace parlare avesse un blog o un account su mastodon, ma non è così. questo (unito alla difficoltà, per non dire l’impossibilità) di spostare i miei contenuti, è il solo motivo per cui resto su Instagram, l’unico social che non ho ancora abbandonato.

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    • Stella

      Eh, questa cosa dei giardini recintati che non ti fanno uscire è una bella rottura. Activitypub, il protocollo dietro al fediverso, vorrebbe proprio mettere una pezza a quello.
      Comunque secondo me l’importante è diffondere il pensiero critico nei confronti delle grandi piattaforme e seminare consapevolezza.

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  2. Simone Cicali

    Trovo molto sincronico leggere questo tuo ragionamento in un periodo in cui ho ricominciato a lavorare sul mio blog. Per l’anima del coso, direbbero i Gemboy e Zerocalcare, visto che non se lo fila nessuno, ma va bene così, è una questione di come mi sento e quello che voglio comunicare.
    Bluesky, Mastodon, Threads non li mollo, ma non mi riesce sfuggire dai boomer e dai bot.

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    • Stella

      Ehi, io lo seguo il tuo blog. Mi sono iscritta con RSS.

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