La Zona Umida, di Stefano Castelvetri

Il mio mondo ha il sapore e l’odore del fango.
Qui sotto, nella Zona Umida, la vita è una sequenza di scatti metallici, sibili e gocciolii. Clack. Ssssh. Clack. Pluf. È il ritmo del ferro, il vibrare delle valvole a pressione che tengono lontana la melma, dell’acqua che cola, dei meccanismi che tengono in vita la nostra comunità di talpe umane.

Mi asciugo le mani sporche di terra sui pantaloni e premo il tasto della radio. La bachelite è calda, sotto il pollice.
«Ehi, Lucertola. Sei ancora viva o ti sei trasformata in un mucchietto di cenere?»
La risposta arriva carica di statica, un fruscio che mi gratta la spina dorsale.
«Vivo per farti dispetto, Topo. Ho finito di montare una Trappola per la Luce. Ho usato i deflettori di un vecchio impianto, quelli giganti. Adesso la mia capanna sembra un diamante in mezzo al nulla. C’è un riverbero così forte che la sabbia intorno è diventata vetro. Tu invece? Sempre a nuotare nel tuo brodo primordiale?»
Sorrido. Immagino la sua pelle, arrossata, tesa, coperta di polvere
dorata. «Qui abbiamo appena celebrato il rito del Fango Blu. È una cena con la sbobba speciale, muschi che crescono più vicini alla superficie. Ha la consistenza di un budino. Ma sai che c’è? Qui sotto forse mangiamo male, ma mi sento al sicuro. Le pareti di roccia sono spesse tre chilometri. Niente radiazioni. Il tuo sole non mi vede. Non mi scortica come fa con te.»
«Il mio sole mi bacia, Topo. Tu invece ti abbracci il buio, sei un
vampiro che ha paura di uscire dalla bara. Dovresti sentire com’è la
pelle dopo dodici ore di esposizione. È calda, rossa. E pizzica. Mi
sento presente, viva, e sto bruciando.»
«Ti preferirei meno croccante.» mormoro, e la voce mi scende di
un’ottava, sporca di un desiderio che non ha dove andare. «Se scendessi qui, nella Zona Umida, potrei spalmarti di olio sintetico sulle spalle. Ti toglierei quel sale di dosso con un panno di lino idratato. Sentiresti il fresco che ti scivola sulla pelle. Finché non dimentichi quel fuoco.»
Sento il suo respiro che si ferma. Il segnale radio fluttua, va e viene, un beccheggio irregolare.
«Il fresco mi uccide, lo sai. Mi farebbe marcire le ossa. Io ho bisogno di questo deserto brutale. Ho bisogno di vedere l’orizzonte che trema perché l’aria è troppo calda per stare ferma. E poi, c’è la mia gente. I Figli delle Dune hanno appena riattivato una vecchia turbina eolica. Dovrai farci i complimenti, Topo. Stasera festeggiamo con acqua tiepida e danziamo sotto le stelle. Tu cosa fai, giochi col fango?»
«Ballo con le ombre, Lucertola. I miei compagni di tunnel sono gente silenziosa. Mastichiamo le radici, ci raccontiamo storie. Lavoriamo. Ma quando ti sento, quando la tua voce esce da questa cornetta, beh, il buio mi sembra meno protettivo. Mi sembra quasi vuoto.»
«Vieni su, allora. Esci da quel buco! Lascia che la palla di fuoco ti
veda anche una volta sola.»
«No, non posso. Il sole mi ridurrebbe in polvere prima ancora di poterti vedere. Resta lassù, brucia per me. Io resterò qui a marcire per te.»
«Siamo un disastro, eh?»
«Il miglior disastro del post-mondo.»

Allontano la bocca dal microfono. Il sensore di temperatura sulla
console segna 89°C. Rosso fisso. Un allarme che urla, muto, nel ronzio della sala server. Controllo i parametri del modulo. Impreco tra i denti.
Là fuori non ci sono Figli delle Dune. Non ci sono turbine eoliche. C’è solo un deserto di sabbia vetrosa.
Il server sta andando in fiamme perché la pompa del raffreddamento è incastrata sotto un quintale di melma nera.
Lei continua a descrivermi il colore del cielo, ma è colpa dei cicli
macchina della sua coscienza digitale che stanno evaporando tra gli errori di sistema. Il suo ‘calore sulla pelle’ è il bruciare dei
processori che fondono. La sua ‘turbina eolica’ la ventola di
raffreddamento. Il suo ‘tramonto’ sono io che non ho più forza nelle braccia per sbloccare questa maledetta valvola.
Apro il pannello di emergenza. Infilo la mano nuda nel liquido di
raffreddamento. Scotta. Fa male. È un dolore reale, fisico, che incarna il suo bruciore immaginario.
«Topo? Ci sei ancora? Sento, sento un odore strano. Forse ho esagerato con i deflettori.» La sua voce spezzata è un sussurro, quasi un lamento che va sgretolandosi.
«Non sono gli specchi, Lucertola. È solo il mezzogiorno che si fa più intenso. Raccontami ancora di quella sabbia. Raccontami di come scotta. Sono qui. Non vado via.»
Non ci riesco. Non riesco a sbloccare il circuito. Appoggio la fronte
contro il metallo della console. È bollente. Sotto di me, il fango preme per entrare e soffocare tutto. Sopra di me, nel paradiso artificiale dei suoi circuiti, lei sta diventando luce pura. Un ultimo picco di calore, un ultimo bacio del suo sole immaginario, e poi sarà solo silenzio.
«È bellissimo, Topo. Tutto… tutto sta diventando bianco.»
«Lo so, Lucertolina. Lo so.»
Estraggo la mano ustionata dal liquido. Il segnale si interrompe con un pop secco. Sento la bachelite che si raffredda. Faccio un passo indietro, nel buio. Nel fango.


Stefano Castelvetri è papà digitale, sviluppatore antico,
outsider, maglietta rossa, scimmia di storie. Crea cose di fantascienza che piacciono a pochi. Lo potete trovare su
https://bluebabbler.it

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