Ehi bella gente che legge cose strane.
Ci avete mai pensato a come siete arrivati a leggere quello che amate leggere?
Perché non è mica ovvio.
Ne hanno parlato Lucia Patrizi, Germano Hell Greco e Fabrizio Borgio nel loro podcast Chiodi e Delirio 23 (il podcast che riunisce i conduttori orfani di Davide Mana da quando non c’è più). In questa puntata raccontano di cosa significa per loro l’horror e di come a un certo punto hanno realizzato che non ne avrebbero più potuto fare a meno.
Uno dei primi ricordi che ho, a proposito della mia passione per la lettura, è la biblioteca della mia scuola elementare.
Verso la quarta, dopo aver finito tutti i libri sugli animali che avevo trovato (unica bambina ticinese nel 1996 a sapere cosa fosse un petauro dello zucchero), avevo scoperto un reparto ancora più interessante: quello dei Piccoli Brividi.
Quei librettini con gli sprayed edges (sì, già allora) e l’ultima pagina piena di stickers (che ovviamente non potevo usare perché il libro apparteneva alla biblioteca) diventarono la mia droga totale.
Ancora oggi ricordo i miei titoli preferiti:
- Un barattolo mostruoso
- Foto dal futuro
- La maschera maledetta
- Una giornata particolare.
Un altro aneddoto: mia mamma per molti anni ha lavorato lontano da casa e rientrava solo il fine settimana. Io e mio padre l’aspettavamo in un bar vicino alla stazione, la cui proprietaria era una grande appassionata di fumetti. Lì al bar teneva tutta una collezione di doppioni di Dylan Dog che io cominciai a leggere avidamente. Avrò avuto intorno ai 12-13 anni.
Da quelle prime esperienze non ho fatto altro che coltivare questa mia passione, allargando le mie letture a tutti i tipi di perturbante: dai Mondadori per ragazzi con il dorso rosso per arrivare infine, alle superiori, a Palahniuk e Borroughs.
Nel mezzo Poe e Lovecraft, Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino (IYKYK), l’art work di H.R. Giger e, con i primi accessi a internet, la sfida estrema che era rotten.com e i primi esperimenti di creepy pasta.
E poi un’altra pietra miliare che ha costruito il mio immaginario. Le prime puntate le ho viste a casa di mia mamma in Svizzera tedesca. Viveva in un appartamento in affitto che aveva la TV via cavo e io la sera guardavo i canali commerciali tedeschi. Una sera incrociai una serie che mi catturò subito: due agenti dell’FBI che indagavano strani fenomeni paranormali. Avevo scoperto X-files. Anche lì avevo scoperto qualcosa che stuzzicava la mia morbosa curiosità verso le cose misteriose, sconosciute e inquietanti.
L’anno scorso ho compiuto quarant’anni e questo traguardo mi ha scatenato grandi momenti di riflessioni e di retrospettiva su quello che è stato. Una classica fase “Chi sono io e perché io sono io?”. E in questi episodi di auto-analisi è rientrato anche il mio riavvicinarmi ai generi letterari fantastici e del perturbante. Perché a un certo punto me ne ero allontanata.
Con la fine delle superiori e il mio ingresso nel mondo del lavoro sono mutate anche le mie letture. Dall’horror sono migrata in maniera quasi naturale verso il thriller e il giallo, andando dietro a mia madre che collezionava Christie e Simenon.
Fino a circa il 2018 lo storico della biblioteca mi mostrava un profluvio di Jo Nesbo, Fred Vargas, Lucarelli, Carlotto, Dazieri. Ne leggevo veramente un sacco, tanto che la mia biblioteca ha segnalato il mio nome alla giuria di un concorso letterario di gialli.
Ho fatto parte della giuria popolare per tre anni. E sono quei tre anni che mi hanno dato il pretesto per mollare questo tipo di lettura. Leggere in pochi mesi dai dieci ai quindici romanzi fa emergere con prepotenza i meccanismi utilizzati, rendendoli quasi noiosi.
Sono pochissimi gli autori che sono in grado di portare questo tipo di storia ai suoi livelli più alti (per me Carlotto resta una perla rara) e dopo un po’ non riuscivo più a sopportare i morti ammazzati e le storie di squallore.
Non ricordo quando ho deciso di riavvicinarmi ai tipi di lettura della mia gioventù ma dal thriller all’horror spesso il passo non è così lungo. E ora, dopo diversi anni in cui sono tornata a esplorare questi tetri meandri posso dire perché secondo me l’horror è uno dei generi letterari più accoglienti. Non nel senso di cozy, ovviamente. Ma nel senso che è un tipo di letteratura che attira naturalmente gli outsider, quelli che faticano di più a uniformarsi alle norme sociali.
Quando ho cominciato a frequentare il mondo editoriale, girando per fiere e intrecciando contatti con altry lettory e scrittory ho notato una cosa per me molto bella: chi bazzica l’horror è (quasi sempre) una persona adorabile.
È come se esorcizzassimo il male con le nostre storie sanguinolente e paurose e questo esorcizzare ci lasciasse più sereni e aperti verso il prossimo.
L’horror è sempre stato pieno di personaggi e temi al limite: sessualità, morte, fobie, kink ma anche solitudine, malattie mentali, relazioni tossiche. L’horror prende questi temi e li sbudella senza troppo giudicare, permettendo a chi scrive di esternalizzare le proprie turbe e a chi legge di riconoscerle dentro di sé.

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