La sveglia mi strappa a un sonno un po’ troppo profondo per essere le sei di mattina, la spengo con stizza. Ho ancora gli occhi chiusi che già il mio cervello sta scaldando i motori, mi sembra quasi di sentire le sgasate.
“Merda! Ho dimenticato il pranzo al sacco della grande!”
Alé, la giornata comincia con slancio.
Butto giù le gambe dal letto, il lato di mio marito è vuoto e freddo. A che ora cominciava stanotte?
Scendo le scale, ad aspettarmi il solito guazzabuglio di tavola ingombra dalla cena, lavastoviglie non avviata, lavello straripante. Ho mezz’ora di tempo per dare una parvenza di umanità all’ambiente, prima che i figli scendano per colazione. Mentre comincio a far scorrere l’acqua calda il mio cervello inizia la sua attività preferita: fare liste.
È molto difficile per me concentrarmi sulla scrittura di narrativa.
La mia mente è un continuo crepitare di idee, di scenari, di immagini, di storie in nuce che sarebbe bello io mettessi per iscritto.
Ma, ogni giorno da quando mi sveglio fino a quando mi addormento il mio cervello alterna queste mie fantasie a pensieri ben più pragmatici: scadenze, preoccupazioni, impegni, la spesa, un ricordo adolescenziale imbarazzante, il bucato da stendere, oggi il piccolo ha nuoto? devo aggiornare il calendario familiare, la lavastoviglie, che turno fa oggi marito?
Questa situazione è estenuante. Una mente del genere avrebbe bisogno di paletti ben precisi: silenzio, tempo, spazio, mancanza di altre responsabilità.
Ma purtroppo di responsabilità ne ho. Tipo quel cazzo di pranzo al sacco della figlia che oggi ha un laboratorio di danza a scuola. I ragazzi stanno sbadigliando sopra le loro ciotole di cereali industriali, io sto imboccando la porta di casa.
“Esco un’attimo. Ame, per pranzo va bene la pizzetta?”
Anche oggi nessun premio Mamma dell’Anno.
Un pollice su mi conferma che la pizzetta va benissimo. Corro in panificio. Sia io che la commessa facciamo finta che quello che indosso non sia un pigiama.
Salto di capitolo. I miei figli sono stati lasciati a scuola, puntualissimi. Io sono a casa, il casino che tracima ancora nelle zone più periferiche e ho delle cose da scrivere.
Cito da una mia newsletter del 2023:
Ma parliamo del coniugare l’essere madre con la passione della scrittura. Credo non sia azzardato dire che quello della maternità è uno dei punti chiave che hanno portato le donne a essere meno prominenti nella storia della letteratura mondiale. Occuparsi di una famiglia e in particolare dei figli, che nei primi anni abbisognano di attenzioni costanti, toglie tempo ed energia a chi vuole scrivere. Soprattutto in passato, quando la parità dei diritti era ancora un lontano miraggio anche nei paesi sviluppati, le donne non erano incentivate a inseguire la passione per la scrittura (sto usando un eufemismo, il discorso è molto più profondo e triste di così).
Di questa cosa ne ho parlato (o meglio: ne ha parlato Joanna Russ) nell’articolo dedicato a Vietato scrivere, come soffocare la scrittura delle donne.
Che poi parliamone: non è che scrivere sia il mio lavoro.
Scrivere è una passione, una cosa che mi hanno detto so fare bene e quindi ho cominciato a fare sempre di più, tanto che ora è un’attività che sento mia nel profondo del mio essere. Ma non è che mi porti in casa anche solo un euro. Tutte queste paranoie sono autoimposte. È il mio orgoglio che mi bastona per non essere all’altezza delle sue aspettative.
Eppure…
Eppure poi non scrivo.
Scrivo newsletter, articoli, post, trascrivo appunti sui libri che leggo.
Ma la narrativa resta lì al palo.
Non è che ho solo paura?
Paura di non essere brava?
Paura che qualcuno venga a spernacchiarmi davanti a tutti esclamando “Che gran cazzata questo racconto”?
Sempre in Vietato scrivere c’é la testimonianza di un editore che afferma che sulla sua scrivania arrivano più manoscritti di autori uomini che di donne.
Ma che quelli scritti da donne sono spesso di qualità migliore. Russ sostiene che questo sia dovuto al fatto che le donne sono molto più critiche nei confronti del loro lavoro e quindi tendono a non inviare manoscritti che non ritengono validi.
Insomma, ci facciamo (mi faccio) un sacco di menate.
Forse dovrei smetterla e buttarmi nell’acqua fredda e basta.
Ma prima c’é quella cesta da stirare.

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