Titolo: The atrocity archives
Autor*: Charles Stross
Editore: Ace Books (oggi Penguin Publishing Group)
Anno d’uscita: 2006
Ancora un libro uscito da questa lista di libri horror comici e anche qui devo ammettere che mi sono divertita molto.
Bob Howard è un ex-consulente IT ora cooptato (non propriamente con il suo consenso) come agente di “The Laundry”, un reparto segretissimo dei servizi segreti britannici che si occupa di contenere minacce occulte. La premessa di tutta la saga (in totale sono quattordici libri) è che la matematica è il linguaggio magico che permette di mettere in collegamento universi paralleli ed evocare divinità lovecraftiane. Pensate alla magia con computer e algoritmi al posto di grimori e formule magiche.
Il libro conta due racconti lunghi, The atrocity archive (da cui il titolo) e The concrete jungle.
Veniamo proiettati subito nell’azione, con il protagonista bardato di tutto punto di attrezzature tattiche che aspetta sotto la pioggia il via libera per una missione di search & destroy. Deve infatti introdursi in gran segreto in un palazzo di uffici per piallare un PC sul quale gira software sospetto. Ci viene fatto capire che Bob è un po’ un povero stronzo, al soldo di un’Agenzia con problemi di budget e di linea di comando, con responsabili delle finanze che mettono in discussione ogni fotocopia. In pochissime pagine chi legge viene proiettato in un ambiente infarcito di burocrazia, piccoli giochetti di potere e meschinità assortite (e tentacoli, i tentacoli non mancheranno).
Una delle cose che preferisco nella letteratura fantastica in è quando l’ambientazione è verosimile. Perché intendiamoci: la fantascienza scintillante da film hollywoodiani con i mega-schermi, le città ultra-moderne dove tutto è pulito e perfetto è roba da pubblicità. Così come lo sono i villaggi fantasy in cui tutto è perfettamente ordinato e tutti sono chiaramente caucasici.
I libri in cui l’ambientazione è precisa, verosimile e dettagliata hanno una marcia in più: le città sporche e mal tenute, le cose mezze rotte, obsolete, muffite, incrinate. La gente pagata poco e male, gli affitti sempre troppo alti e i coinquilini sempre un po’ degli stronzi.
The Atrocity Archives si svolge in quella che potrebbe essere una realtà parallela, ma l’autore ci tiene a precisare che anche i servizi più segreti hanno scrivanie antidiluviane, sedie da ufficio cigolanti e il peggior caffè conosciuto alla razza umana.
Per chi volesse avere un accenno di trama per questi due primi racconti:
In The atrocity archive il nostro eroe viene, in seguito a un brutto incidente, finalmente promosso da impiegato addetto alla correzione dei bug informatici ad agente sul campo, un vero 007 ma senza l’entusiasmo. Nella sua prima missione è incaricato di incontrare negli States la professoressa inglese Dominique “Mo” O’Brien, specializzata in filosofia e logica. Ma Bob non fa in tempo a redarre un rapporto da mandare a casa che Mo viene rapita da un gruppo di terroristi islamici (con accento tedesco) che cercano di sacrificarla per aprire un portale verso chissà dove. Seguono gustosi casini.
The concrete jungle invece parla del fenomeno del gorgonismo, dalle antiche Meduse fino ai giorni nostri, in cui questa tecnologia è stata sintetizzata ed è un ora pratico software che si può caricare nei circuiti di CCTV.
La premessa generale delle storie non è originalissima (gli uffici di contrasto all’occulto sono nati per colpa degli esperimenti esoterici dei nazisti, mmmh) ma il ritmo è abbastanza solido da non annoiare mai, le descrizioni sono molto curate e alcune scene sono veramente divertenti. In particolare la seconda storia, The concrete jungle, mi è piaciuta molto. Inoltre ho molto apprezzato un paio di cose: il bassissimo tasso di machismo (nonostante vi sia una classica situa da damsel in distress nel primo racconto) e la critica non troppo sottile ai sotterfugi che i governi e le aziende intraprendono per andare dietro ai loro interessi (economici).
Non credo proseguirò nella lettura della saga, ma mi sono divertita a esplorare questo mondo originale, ben scritto e pieno di personaggi che ho trovato interessanti, abbastanza sfaccettati (ehi, è pur sempre un thriller ironico, le aspettative erano sotto i tacchi) e con qualche chicca molto moderna. Inoltre ho apprezzato il cambio di spessore dalle letture statunitensi. Qui l’inglese è molto più denso e stratificato, dando alle scene magari meno dinamicità, ma molta più precisione. Inoltre la lingua mi ha costretto a leggere più lentamente, una cosa che è sempre benvenuta.

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