Il privilegio del tempo

Alcun* affermano che le ventiquattr’ore di una giornata siano uguali per tutt*. Ma secondo me lo dicono solo persone che hanno la colf. E il giardiniere. E che non hanno problemi a mettere insieme il pranzo con la cena.

Quando il più piccolo dei nostri quattro figli era a scuola […] il mondo del mio lavoro […] e la scrittura, che in qualche modo riuscivo a portare dentro di me, al lavoro, a casa. Tempo sull’autobus, anche quando dovevo stare in piedi […] momenti rubati al lavoro […] nel cuore della notte, dopo aver finito le faccende domestiche […] È giunto un momento in cui questa tripla vita non era più possibile. Le quindici ore di minuzie quotidiane erano una distrazione troppo grande dalla scrittura. Ho perso la follia della perseveranza […] sempre risvegliata dallo scrivere, sempre negata […] La mia scrittura è morta.

Tillie Olsen, citata da Joanna Russ in Vietato Scrivere, pag. 25

Dai 18 ai 22 anni la scrittura era per me un’attività quotidiana e naturale. Scrivevo tutti i giorni sul mio blog Splinder, raccontando episodi della mia vita e riversando i miei pensieri online. Forse è perché i social non erano ancora una realtà affermata. Forse perché a volte mi sentivo tremendamente sola. O forse è perché avevo molto tempo a disposizione. Studiavo (male), oppure lavoravo (a turni) ma senza altri obblighi di sorta. Vivevo sola (oppure dai miei) e non avevo una casa da mandare avanti. Mi piace raccontare di quella volta che ho lasciato un mestolo ammollo talmente tanto tempo che è germogliato.

Poi ho smesso di scrivere per ben quindici anni. Un serie interminabile di avvenimenti mi hanno lasciato tramortita: lutti, matrimoni, nascite, traslochi, chi più ne ha più ne metta.

Ora sono quattro anni che ho ripreso in mano questa passione. Ho fatto qualche laboratorio, ho letto manuali, ho cercato di creare un’abitudine alla scrittura. Non è facile: l’agenda famigliare è un maelström di impegni e orari bislacchi, sono moglie di turnista e lavoro part-time pure io. Quindi la mia abitudine si riduce a cerca di scrivere QUALCOSA tutti i giorni. Vale tutto: il diario, i testi che scrivo a lavoro, gli appunti per il blog, le note che butto giù per la newsletter, riordinare i miei pensieri su un libro che ho letto. Vale tutto.
E funziona. Tutte le settimane esce un post, tutti i mesi un tot di newsletter (quella dello Scartafaccio, quella di Dracones, quella del lavoro), prendo appunti e li riordino regolarmente.

Ma la mancanza di tempo mi fa scrivere di fretta.
Non ho mai il tempo materiale per scrivere con calma, riflettere sui ragionamenti che sto facendo, domandarmi se il paragrafo che ho appena buttato giù in preda all’ispirazione abbia senso.
La mia scrittura mi sembra sempre spezzata, frammentata, interrotta, affannata.
I “mamma” ogni cinque minuti, l’orologio che mi dice che è ora che prepari da mangiare, la pila dei panni sporchi che abita sul retro del mio cervello.
E il risultato sono articoli raffazzonati, in cui mi sembra di parlare a macchinetta cercando di far stare il maggior numero di concetti nel più breve spazio possibile. Come quelle donne che ai talk show parlano velocissimo per evitare di essere interrotte dal solito uomo saccente.

Sono talmente rari i momenti in cui mi posso immergere totalmente nella scrittura che quando capita, ben di rado, il flow è talmente potente che quando mi alzo dalla scrivania quasi stramazzo (la schiena, si blocca). Ma quelli che produco sono testi scritti come se sapessi che non avrò più tempo e quindi devono essere conclusi, a qualunque costo.

E poi c’è la narrativa. Che è tutto un altro campionato.

Perché la narrativa è stronza. Non basta il tempo (che già fatico a grattare via dalle giornate), serve silenzio, spazio mentale, concentrazione. La narrativa vuole il tuo sangue.
Quanti aforismi su gente chiusa in casa, sudante per partorire la grande Opera. Ma io non posso mica chiudermi in casa (a meno che non sia per le grandi pulizie), non ce l’ho una stanza tutta per me.
E allora eccomi qui, nel sottoscala, piena di frustrazione a scrivere raccontini. Perché roba più complessa non riesco nemmeno a concepirla. Perché ogni volta riprendere le fila della storia è una fatica immane. E ogni volta rileggendo il tarlo del dubbio mi fa riscrivere interi paragrafi, lasciandomi esausta pur non avendo aggiunto una virgola a quanto già scritto.

E nonostante tutto questo la mia testa continua a macinare storie, storie che non so se vedranno mai la luce.
Come il romanzo solarpunk che prende spunto da Romeo e Giulietta.
Oppure il romanzo che narra tramite i fantasmi la storia di un albergo locale.
Oppure la raccolta di racconti weird ambientata in un casale maledetto.

E continuo a sognare di poter scrivere liberamente, con tutto il tempo del mondo, con la chiarezza mentale di un’asceta e senza alcun tipo di distrazione.
Ma è solo un sogno: nella realtà c’è un sottoscala, una scrivania sempre ingombra, dei figli che fanno casino e la pila del bucato che minaccia di crollare da un momento all’altro.

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