Titolo: Vietato scrivere, come soffocare la scrittura delle donne
Titolo originale: How to suppress women’s writing
Autor*: Joanna Russ
Editore: Enciclopedia delle donne
Anno d’uscita: 2021
Traduttor*: Dafne Calgaro e Chiara Reali
È da tempo che rifletto sui concetti di letteratura alta vs. letteratura bassa e di come la scrittura femminile spesso venga fatta rientrare nella seconda categoria. Vi siete mai chiesti perché i nomi femminili nelle antologie scolastiche siano così pochi? È notorio lo stereotipo che vede gli autori maschili letti universalmente, mentre si pensa (e spesso è vero) che le autrici donne vengono lette solo da altre donne.
Joanna Russ ci spiega, in questo saggio molto accurato e ricercato, tutte le tecniche e le politiche che durante i secoli sono stati utilizzati per inibire, vietare, nascondere e sminuire la scrittura delle donne. Non parla solo di letteratura ma anche di arte pittorica e musica; e non parla solo di donne ma anche di altre minoranze (che subiscono le stesse meccaniche).
Ovviamente, essendo un saggio uscito negli anni Ottanta, Russ si concentra sulla letteratura dall’Ottocento fino a circa la fine degli anni Settanta, oltre a concentrarsi sulle arti del mondo anglosassone. Ma non credo che questo tolga nulla alla validità dell’opera.
Il testo è introdotto da una prefazione a cura di Jessa Crispin (autrice di Perché non sono femminista. Manifesto femminista) aggiunta all’edizione in inglese del 2018, in cui puntualizza come le cose non siano cambiate molto nonostante il testo originale sia uscito nel 1983. Inoltre, un punto secondo me vitale, Crispin si preoccupa
“che le nuove lettrici di questo testo si vedranno soprattutto come oggetti della repressione e non come soggetti che reprimono; che rifiuteranno di vedere i propri preconcetti inconsci nelle varie forme che assumono, come storcere il naso di fronte a uno scrittore caraibico, per esempio, perché troppo localizzato e non abbastanza universale […]”
Russ riunisce le diverse tecniche utilizzate nella storia per ignorare, impedire e/o screditare la scrittura femminile in capitoli piuttosto corposi e utilizza spesso testimonianze dirette e indirette, oltre a citazioni da opere di critica letteraria, per dimostrare le sue tesi.
Dal prologo:
In una società teoricamente egualitaria, la situazione ideale (dal punto di vista sociale) è quelli in cui chi appartiene ai gruppi “sbagliati” ha la libertà di dedicarsi alla letteratura (o ad altre attività altrettanto significative) ma non lo fa, dimostrando in tal modo che non ne è in grado. Purtroppo, però, basta concedere a questi individui la minima libertà effettiva e ne approfitteranno davvero. Allora il trucco diventa rendere la libertà quanto più teorica possibile e poi […] sviluppare varie strategie per ignorare, condannare, o sminuire le opere d’arte risultanti. Se attuate correttamente, queste strategie portano a una situazione sociale nella quale le persone “sbagliate” sono (apparentemente libere) di commettere letteratura, arte, eccetera, ma ben poche lo fanno, e quello che lo fanno (a quanto pare) lo fanno male, quindi possiamo tornare tutti a casa per pranzo.
Come si evince da questo paragrafo, Russ parte dal presupposto che la letteratura giusta viene definita dal gruppo sociale dominante. Quindi nel caso dei paesi occidentali da uomini bianchi di classe media-alta. Non potendo più impedire l’accesso alle arti come in passato (quando l’istruzione era riservata solo ai maschi) sono stati individuate nuove misure per impedire la scrittura ai gruppi sociali indesiderati.
Qui di seguito trovate i miei pensieri e alcune citazioni dai principali (non tutti) capitoli del saggio. Chiedo scusa fin d’ora per il gran numero di citazioni dirette, ma mi risulta impossibile scrivere i concetti meglio di quanto abbia fatto Russ.
Divieti
Prima di tutto è importante capire che l’assenza di un divieto formale al commettere arte non esclude la presenza di divieti informali altrettanto potenti. Per esempio, la povertà e la mancanza di tempo libero sono di certo deterrenti efficaci: è molto improbabile che un operaio britannico dell’Ottocento, dopo quattordici ore di lavoro in fabbrica, dedicasse la propria vita alla ricerca del sonetto ideale.
Ma non è solo la working class a subire questo meccanismo di dissuasione. Anche le donne del ceto medio hanno pochissima indipendenza finanziaria. Le donne sposate sono dipendenti in tutto e per tutto dalla loro famiglia in quanto fino al 1882 per legge non potevano possedere beni. Le donne che appartenevano al ceto medio come lavoratrici erano pochissime: o erano attrici e cantanti (e quindi poco rispettabili) oppure erano governanti, pagate poco e con orari di lavoro quasi incompatibili con l’attività letteraria. Donne che devono prendersi cura di madri e padri morenti, figli e mariti, mandare avanti la casa e “talmente povere che non si potevano permettere di comprare più di due o tre risme di carta alla volta”.
Russ porta numerose testimonianze dell’epoca: Tillie Olsen, George Eliot, Sylvia Plath, tutte donne che dovevano estrarre con i denti il tempo per la scrittura dalle fitte maglie degli impegni domestici.
Scrive Kate Wilhelm:
[…] A meno che una donna non sappia di essere la nuova Virginia Woolf o Jane Austen, come può dire no? Ci si aspetta che i figli, la casa, le funzioni scolastiche, le esigenze del marito, il giardino, eccetera vengano prima […]
Ma anche le donne ricche, che quindi non avevano problemi di tempo libero e di risorse, non se la passavano meglio. Ecco la risposta di Robert Southey a Charlotte Brontë che gli chiedeva un parere sulle proprie poesie:
La letteratura non può essere impegno femminile, non lo dovrebbe essere. Intenta a disimpegnare i doveri del suo stato, non potrà dedicarsi allo scrivere, anche solo come evasione e passatempo.
Quindi, dove non arrivavano le limitazioni di tempo e denaro, arrivavano le aspettative sociali del tempo (e quanto sono poi veramente cambiate queste ultime, mi domando?)
E queste aspettative sociali, così frustranti, portano molte donne alla follia: Silvia Plath si è uccisa a 31 anni, Anne Sexton a 46.
Ma le donne (e gli altri gruppi sociali “sbagliati”), nonostante tutto, scrivono lo stesso.
E allora i divieti informali non bastano, servono altri sistemi per far scomparire quest’arte.
E quindi si procede con l’ignorarla, nasconderla, delegittimarla.
Negazione dell’agency.
Negare, negare, negare. Non l’ha scritto una donna.
Sono innumerevoli gli esempi di scritti attribuiti per anni a un uomo, pur di negare che le abbia scritte una donna (come per esempio le sorelle Brontë, le cui opere sarebbero state scritte TUTTE dal loro fratello Branwell).
Oppure l’ha scritto l’uomo che vive nell’inconscio di una donna. È talmente impossibile per i critici considerare uno scritto importante opera di una donna che si tira in ballo “la sua parte maschile” pur di togliere legittimità.
“Non scrivi come una donna”, è stato detto a Russ e veniva inteso come un complimento. Il concetto che solo gli uomini sanno veramente scrivere è ancora radicato.
Sonya Droman, contemporanea di Russ, parlando di un suo racconto scrive:
Ho appena ricevuto […] la cartolina di un fan che diceva che Bye Bye Banana Bird gli era piaciuto e che Heinlein non avrebbe saputo fare di meglio.
Maledizione. HEINLEIN NON AVREBBE SAPUTO NEANCHE DA CHE PARTE COMINCIARE. […]
Contaminazione dell’agency
Un’alternativa al negare l’agency delle donne nell’arte è contaminarla, ovvero promuovere l’idea che le donne che creano arte si rendano ridicole, o che scrivere o dipingere sia indecoroso […]
Se anche viene ammesso che l’opera è stata scritta da una donna, chi si chiede se sia un’opera necessaria, importante. Per lunghi periodi storici, infatti, l’idea di una donna artista risultava ridicola.
Il concetto alla base di questo pregiudizio era che le donne virtuose non sapevano abbastanza della vita da poterne scrivere, mentre le donne che ne sapevano abbastanza della vita da poterne scrivere erano fondamentalmente delle poco di buono. Il risultato è che le donne non potevano vincere: o scrivevano male, o erano una vergogna da ignorare.
In fondo, il problema è sempre lo stesso – il classico spettro dell’immoralità – e i tabù si annidano essenzialmente negli stessi luoghi: rabbia, accuse (o angoscia recriminatoria) e sessualità inaccettabile.
Oppure ancora:
Di Jane Eyre, “molti critici ammisero senza tanti giri di parole che, se fosse stato scritto da un uomo, avrebbero gridato al capolavoro, ma scritto da una donna lo trovavano scioccante o disgustoso”.
È forse per questo che molte autrici dell’epoca scelsero uno pseudonimo maschile?
Avrei voluto vedere la faccia dei critici quando si seppe con certezza che James Tiptree Jr., un rispettatissimo autore di fantascienza era in realtà una donna, Alice Sheldon.
Russ inoltre analizza come spesso la scrittura femminile non sia semplicemente capita dai lettori maschi. Perché le esperienze femminili, soprattutto quelle che portano a volerne scrivere, sono profondamente diverse da quelle maschili e spesso (più in passato che oggi) queste esperienze non si intersecavano. Non è che le donne sanno meno cose, insomma. Ne sanno altre di cui gli uomini sono completamente all’oscuro. Ma questo porta poi a considerare la scrittura femminile come incomprensibile, costruita male, debole e poco interessante.
La differenza, che spesso viene evocata dai critici, tra autobiografie (se scritte da uomini) e confessioni (se scritte da donne) è uno stratagemma per screditare le esperienze femminili tabù come la sessualità inaccettabile o rabbia femminile.
Falsa categorizzazione
Tra i vari esempi che porta Russ c’è una falsa categorizzazione che ci tocca da vicino: la nostra amatissima letteratura di genere (qui intesa nella maniera il più ampia possibile). Si tratta ovviamente di un cassettino in cui infilare le opere femminili per non doverle tenere allo stesso livello della vera letteratura.
Non solo. È piena la storia di critici che rimuovono intere fette biografiche dalla vita delle autrici per farle rientrare nella categoria che hanno già scelto per loro.
Amy Lowell […] viene spesso descritta dai critici come la povera Amy, a cui il grasso ha impedito di vivere una Vita Soddisfacente […]. In realtà, ad Amy piacevano le attrici […]. Era un’attrice anche la donna con cui visse per gli ultimi quindici anni della sua vita […]. Lowell le lasciò tutto il suo patrimonio e la sua villa. Scrisse anche decine di poesie esplicitamente erotiche per lei e su di lei […] I versi sulla sterilità e sul giacere a letto da sola di notte, che i critici della scuola “povera Amy” amano tanto citare, appartengono a poesie su liti o temporanee separazioni dalla sua amante.
Isolamento
Se anche le donne (e altre categorie minoritarie) riescono a sfondare il soffitto di cristallo della Grande Letteratura, spesso lo fanno con una singola opera. Mary Shelley, per esempio, di cui si ignora tutta la produzione diversa da Frankenstein. O Charlotte Brontë, di cui a scaffale Russ trova solo Jane Eyre ma non Villette (non so se questa era una situazione solo americana oppure se fosse così anche nell’Italia degli anni Settanta).
Non solo, delle opere tenute in considerazione, si tiene solo quelle più “giuste”. Si ignorano le opere apertamente femministe, dedicate alle esperienze femminili, quelle che parlano di omosessualità o di inadeguatezza maschile.
Inoltre questa situazione non si limita alla letteratura, ma si applica anche alla saggistica: sembra che le donne non possano parlare di etica, politica, filosofia.
In questo capitolo Russ si concentra in particolare sulla figura di Virginia Woolf e sulla sua attività politica. Cita in questa parte diversi critici che hanno sminuito il suo lavoro di propaganda per il suffragio universale e per i diritti delle lavoratrici, etichettando Tre Ghinee come scorbutico. Persino una critica, Queenie Leavis ne condanna il femminismo come pericoloso e sciocco, accusando Woolf di non essere una vera donna in quanto non era madre né una vera socialista in quanto non faceva parte della classe lavoratrice. Quindi anche qui: di Woolf va bene la Signora Dalloway, ma non Tre Ghinee.
Anomalia
Le donne si annidano anche nelle opere anonime. Russ porta come esempio l’antologia Poets of the English Language di Auden e Pearson, dove le donne sono il 5% degli autori citati. Ma in questa (come in altre) è presente una sezione di ballate anonime, leggendo le quali è chiarissimo che alcune fossero scritte da donne (come per esempio I wore my apron low, “Portavo basso il mio grembiule” oppure quella della vendetta di una ragazza verso un assassino di donne).
Il fatto che non ci sia mai più del 5-8% di donne all’interno delle antologie fa in modo che queste autrici vengano sempre viste come delle anomalie.
Russ cita van Gerven:
Quando Dickinson, o del resto qualsiasi altra poeta, viene isolata da chiunque altro scriva nella sua generazione e nelle successive, risulta bizzarra, irrilevante […]. Isolate in tal modo, le scrittrici spesso non rientrano nel “panorama coerente della cultura letteraria globale” […]. E mano a mano che ogni generazione di donne […] è esclusa dalla memoria letteraria, i collegamenti tra una scrittrice e l’altra si fanno sempre più fumosi […].
Sono pochissime le opere di critica letteraria che parlano delle influenze che scrittrici hanno avuto su altre scrittrici. In particolare Russ nomina Grandi scrittrici, grandi letterate di Ellen Moers (uscito in italiano nel 1979 per Edizioni di Comunità, ovviamente oggi fuori catalogo).
Questo considerare le autrici come anomalie porta ovviamente a una certa mancanza di modelli, soprattutto per quanto riguarda gli anni della formazione accademica, in cui i modelli che vengono portati alle giovani future autrici sono quasi esclusivamente uomini. Non solo mancano esempi nella letteratura, ma mancano pure insegnanti donne (anche qui si parla di anni Settanta) che non vanno quasi mai oltre il 20% del corpo insegnanti.
Il libro prosegue parlando di come reagiscono le autrici a queste tecniche (sia nel bene che nel male) e di come la letteratura che continua a ignorare buona parte della produzione femminile abbia un’estetica tendenzialmente distorta: come si fa a parlare del mondo ignorando il 50% delle esperienze umane? Questo ovviamente porta a narrazioni stereotipate e a una generale rappresentazione distorta dei rapporti umani. Pensate solo ai personaggi femminili scritti da uomini.
Il libro si conclude con una postfazione di Nicoletta Vallorani, come sempre una delle autrici più attente a questi temi alle nostre latitudini. Vallorani parte dall’esempio della regione autonoma del Rojava, sotto scacco da parte della Turchia (stiamo parlando del 2019) e di come quest storie di sopraffazione rendono urgente la riflessione sulle condizioni della creatività femminile. Si fa le stesse domande che si fa Russ, a trent’anni di distanza e in un luogo diverso, purtroppo dandosi le stesse risposte. Il cammino per una considerazione equa della letteratura femminile è ancora lungo.
Per concludere: a mio modesto parere, questo è un libro da avere.
Non solo per sostenere il grande lavoro fatto da l’Enciclopedia delle Donne, ma per avere un testo di riferimento importante per la critica letteraria odierna. Russ in questo scritto fa brillare di luce propria la sua immensa conoscenza della letteratura inglese, portando avanti un’attenta analisi soprattutto di quello che manca nelle antologie e nei trattati che vengono fatti studiare nelle scuole e nelle università. Perché quando si parla di letteratura femminile, spesso bisogna leggere tra le righe.
Joanna Russ (New York, 22 febbraio 1937 – Tucson, 29 aprile 2011) è stata una delle maggiori autrici di fantascienza della sua generazione. Il suo La Female Man è stato ripubblicato per Mondadori nel 2024. In italiano sono disponibili (cercando molto) Picnic su Paradiso, Anime e il racconto La Barca (disponibile in ebook). Per una biografia estesa e approfondita rimando all’Enciclopedia delle Donne
Libri e risorse per approfondire:
Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf
Somebody’s trying to kill me and I think it’s my husband: The modern gothic, Joanna Russ

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